Voci di montagna – IL BRIGANTE COL FORCONE

Tradizione, dal verbo latino tradĕre, ossia consegnare, tramandare. Da secoli generazioni si sono “tradite” il sapere, prima per via orale e poi per iscritto. Tradire il sapere, nasconde appunto quel significato sinistro di tramandare in forma oscura, avvolgendo in forma ermetica la realtà, ammantandola di fascinoso enigma e mistero. Tutto questo caratterizza appunto la leggenda, in cui il quadro reale della vita viene dipinto con i colori favolistici della fantasia, consegnando ai posteri l’opera di un popolo che ha racchiuso in essa la sua storia e i suoi saperi.
Il territorio della montagna da sempre, negli antri delle sue grotte, nei fitti boschi delle sue vallate, nelle strette vie dei suoi paesi inerpicati sulle alture più recondite, offre a chi la popola e a chi la visita il suono di voci indefinite di storie lontane, di inumane esperienze e sovrumane avventure, dove l’irreale si confonde con la verità di popoli che nelle loro leggende mantengono viva la loro essenza.
Molti anni fa giunse in Val di Fassa un malandrino, che prese ad aggirarsi per masi e villaggi con un forcone in spalla, col quale si divertiva a infilzare tutte le pecore che gli capitavano a tiro.
La gente non sapeva più a quale santo rivolgersi per liberarsene poiché erano preoccupati che prima o poi su sarebbe scagliato contro un pastore o un contadino.
Fu la luna comunque a trarre tutti d’impaccio. Una notte, proprio nell’istante in cui il brigante stava per uccidere l’ennesima pecorella, la luna allungò una mano dal cielo, afferrò il disgraziato e se lo tirò sulla sua faccia, assieme al forcone.
Da allora, nelle notti di luna piena si possono vedere gli occhi, il naso e la bocca di quel furfante, che dall’alto del firmamento sembrano chiedere scusa ai fassani di oggi per le bricconerie commesse ai danni dei loro antenati.
